di Raffaele Semonella, architetto

“Mentre il medico studia l’ammalato muore”; una “frase fatta” e spesso usata per far capire che si sta perdendo tempo e la situazione può precipitare. Bene. Anzi male. Caivano ormai non ha più tempo! Però l’approvazione del P.U.C. con delibera 292 del 30/12/2022 fa capire che il territorio ammalato può tranquillamente continuare ad ammalarsi! Aldilà dello studio.
Iniziamo a capire cosa vuol dire PUC (Piano Urbanistico Comunale) e cosa era il PRG (Piano Regolatore Generale).
Il PUC è l’attuale strumento di gestione del territorio, approvato dal Comune che ne diviene unico responsabile a tutti gli effetti. La Regione e la Provincia rilasciano gli ulteriori pareri fino ad arrivare all’adozione definitiva. A differenza il PRG (nato nel 1942) veniva redatto su indicazioni di Provincia e Regione e, dunque, la responsabilità ricadeva su questi due enti.
La differenza sostanziale fra PUC e PRG non poggia tanto sulle responsabilità bensì sulle previsioni. Ovvero come si intende sviluppare il proprio territorio di appartenenza negli anni che verranno e che visione/proiezione deve avere. Sia essa demografica che economica.
IL PRG era composto su previsioni decennali e aveva validità a tempo indeterminato, anche se era trascorsa la decade (cosiddetto piano statico). Il PUC, invece, ha una parte strutturale e una programmatica. La parte strutturale ha valore a tempo indeterminato e rappresenta, per così dire, la “costituzione” del territorio”. La componente operativa riguarda solo le aree che il PUC individua come trasformabili e devono essere programmate in esercizi temporali di 3 anni e coordinate con il programma triennale delle opere pubbliche per dimostrare la realizzabilità.
Durante questo periodo, il Comune deve monitorare l’attuazione delle previsioni e se, a fine periodo, quanto previsto non è stato realizzato, l’ente locale dovrà aggiornare il piano operativo e redigere nuovi atti di programmazione degli interventi (cosiddetto strumento dinamico).
Insomma, delle differenze sostanziali. Il PUC vede protagonista il Comune, quindi la macchina amministrativa in toto, nell’indirizzare le trasformazioni della città nel tempo e nello spazio. Ecco.
Quanto pubblicato dal Comune di Caivano nell’attuale determina sopra richiamata, non solo non trasforma la città ma praticamente ricopia quanto già era presente nel vecchio PRG. Un progetto preliminare quello del PUC a quanto pare fermo al 2006, da quando fu dato l’incarico di redigerlo al tecnico esterno. Oggi, dopo 16-17 anni, ci ritroviamo dei documenti assolutamente inutili per lo sviluppo della città.
La dimostrazione di quanto detto sono, ad esempio, le aree di lottizzazione. Ritornano in maniera perentoria così come erano già previste e collocate nel PRG.
Se nel PRG non avevano ricevuto appeal nel corso di 30 anni, come è possibile che dobbiamo ritrovarle ancora nel PUC?
Insomma, a leggere la relazione che accompagna il PUC, nelle premesse si fa riferimento a un piano capace di creare un processo di cambiamento. Ma quale cambiamento ancora non si sa. Questi documenti confermano l’ennesimo fallimento di una classe politica vetusta, che governa da anni questo territorio (a prescindere dal colore politico). Questo strumento è estremamente importante almeno per i prossimi 50 anni della nostra città. I tempi odierni ci impongo rigenerazione e non consumo del suolo con lottizzazioni. Ci impongono sostenibilità e recupero, spazi pubblici, social housing e soprattutto la ricucitura tra la città e la parte agricola, ormai devastata dall’abusivismo e dalle aree intercluse. Insomma, la città deve essere a misura dei Caivanesi, non a misura di pochi. Non è facile discutere di un argomento così complesso ma, non è neanche giusto, trattarlo nel modo in cui è stato presentato. Mancano ancora le NTA (Norme Tecniche di Attuazione), ad ora non si sa con quali indici è possibile fabbricare oppure recuperare. Sarebbe stato bello vedere nel nostro Comune un concorso di pianificazione magari con la partecipazione dei cittadini, veri attori protagonisti del territorio.
Un modo di operare, ormai consolidato e utilizzato ormai da anni in tante città italiane ed europee. Un’occasione persa (l’ennesima!) per innescare un processo di responsabilità comune.
Oppure, se non un concorso, si poteva pensare di affidare la progettazione ad uno studio extra territoriale, magari europeo, con visioni e prospettive in contesti certamente più all’avanguardia del nostro. Invece, a quanto pare, per i prossimi anni lotteremo con le solite, comode, decisioni “Democristiane”.

 


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