di ANNA DEL PRETE

Le recenti dichiarazioni di Antonio Tajani invitano a una riflessione amara e profonda. Parliamo di un politico di lungo corso, un uomo di 73 anni che, al di là delle naturali distanze o convergenze ideologiche che ciascuno può avere con la sua linea politica, non si è mai distinto nel tempo per esternazioni di matrice maschilista.

Ed è proprio qui che risiede il punto fondamentale. Oggi ci sforziamo di raccontare una narrazione pubblica fatta di emancipazione femminile, di donne libere di affermarsi nel lavoro, di decidere per se stesse e di vestirsi come preferiscono. Tuttavia, la triste realtà è che, al di là delle belle parole di facciata, nei contesti più intimi e privati moltissime persone continuano a pensarla esattamente come lui. Persiste l'idea strisciante che una donna sia davvero "affidabile" solo se conformata a canoni tradizionali, se non ha troppi "grilli per la testa", se non mette la carriera al centro di tutto e se sceglie un abbigliamento ritenuto morigerato, come una gonna più lunga.

Questo episodio solleva un interrogativo cruciale: come mai, nonostante i proclami di modernità, la nostra società non ha ancora superato davvero un simile retaggio culturale? Come è possibile che la credibilità di una figura professionale venga ancora subordinata al suo aspetto estetico? E ancora qual è l'impatto che queste parole hanno su questo tipo di società? Non si tratta di una semplice scivolata verbale: frasi del genere alimentano pregiudizi e finiscono per vanificare l'enorme lavoro di sensibilizzazione che la scuola e le famiglie svolgono ogni giorno con i più giovani.
Per cambiare davvero le cose non bastano i decreti o i discorsi di circostanza: occorre smontare questi stereotipi alla radice. E allora la domanda sorge spontanea e ci interpella tutti: come si fa davvero a spezzare questo circolo vizioso?


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