di FRANCA FALCO*
Domenica, 6 ottobre, al teatro Augusteo di Napoli, ho assistito a “Il giardino giapponese”, stupendo spettacolo, commovente, e, a tratti, divertente ed esilarante, scritto, diretto ed interpretato da Crescenzo Autieri e dalla sua compagnia. Conoscevo da tempo la sua bravura di artista, ma, confesso con grande senso di colpa, di non aver mai assistito ad una sua performance. Quello che ho visto domenica è stato qualcosa di eccezionale: un mix di ricordi personali del piccolo Enzuccio-Crescenzo, non disgiunto però dai sensi di colpa, che con ferocia e crudeltà assalgono Enzo-Crescenzo adulto; mix che richiama “il Fanciullino” di pascoliana memoria, sempre vivo in noi e il “dentro e fuori di noi” da “la forma e il flusso” di Pirandello, che sottolinea il dualismo, la dicotomia, la scissione tra oppressione (forma) e cambiamento (flusso).
Molti sono ricordi della fanciullezza che emergono alla sua coscienza: la sartoria paterna, il luogo dell’anima, ricco di figure vive, veraci, protettive, che nella loro semplicità sono portatrici di una saggezza autentica (“non prendere mai le cose troppo sul serio”). Tra queste si eleva la madre, che lo adora e che è da lui adorata: bellissima è l’espressione a lei rivolta “sei sempre stata bella mamma!”. Ella è l’angelo che lo protegge, che accetta e difende tutte le sue scelte, anche quella dell’amore, tanto osteggiate dal padre, sempre in contrasto con il figlio e restio ad ogni forma di cambiamento.
A questo luogo dell’anima, collocato nella parte bassa del palcoscenico, dove Enzuccio ha vissuto giorni felici con l’amichetta del cuore, inseguendo il sogno della nave, che lo porterà in Giappone, si sovrappone un ambiente fisico più surreale, staccato da quello inferiore. Qui Enzo adulto dà vita ad un monologo interiore, ad un viaggio della memoria, che lo porta ad amare riflessioni sulla sua vita, con frequenti richiami della coscienza alle sue sconfitte, ai suoi insuccessi, tutti mostri che infieriscono contro di lui fino a farlo soccombere.
Si prepara quindi un finale di puro pessimismo, che però si colora di una luce di speranza, quando un esercito di bambini inermi, metafora della parte più pura di noi, con la loro ingenuità e il loro candore affrontano e debellano tutto un passato triste e angosciante. Il finale è catartico: Crescenzo adulto ricorda con commozione ed orgoglio il padre, con cui riprende un rapporto affettivo ed operativo, recupera la nave dei suoi sogni, che, illuminata, foriera di speranze, veleggia verso il futuro. Sono rappresentati, della vita, il presente, il passato, il futuro con i drammi e le difficoltà ma anche con le gioie e le speranze.
Sono stata abbonata all’Augusteo per circa un decennio, durante il quale non ho mai, prima d’ora, assistito ad uno spettacolo, sicuramente non di agevole comprensione, ma così intenso ed emozionante. Il nostro bravo Crescenzo Autieri, indubbia eccellenza del nostro martoriato e mortificato territorio e la sua compagnia, in cui spiccano dei fiorellini straordinari, - di uno dei quali conoscevo anche i bisnonni -, meritano di uscire da angusti confini e di “navigare” verso altri ed alti lidi, per la complessità del messaggio, per le emozioni che essa suscita, per la bravura degli attori, per la bellissima scenografia e per l’adeguata colonna sonora.

Un grandissimo plauso anche allo staff organizzatore, di cui ho potuto notare l’attenzione, la competenza e soprattutto l’amore con cui ha curato la realizzazione dell’evento sin dall’inizio, con la capillare diffusione dei biglietti e con la faticosa organizzazione del trasporto da Caivano a Napoli di centinaia di cittadini, alcuni dei quali, come me, di età avanzata.
QUESTA E' LA CAIVANO CHE CI PIACE!!!
* Già dirigente scolastica scuola "Milani" e sindaco di Caivano