di FRANCA FALCO

Ho seguito con molta attenzione l’iter della consultazione referendaria per l’abrogazione della riforma della giustizia, proposta dal governo Meloni: una riforma, che, trascurando i problemi che rendono la giustizia lenta e farraginosa, come la lunghezza dei processi, gli organici scoperti, la insufficiente digitalizzazione, l’inadeguatezza delle sedi giudiziarie, ha posto l’attenzione sulla separazione delle carriere dei magistrati, sullo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura e su una istituenda Corte di Giustizia, in sostituzione della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, per gestire, in via esclusiva, i procedimenti disciplinari contro i magistrati.

In pratica si proponeva la modifica di 7 articoli della costituzione con una legge ordinaria, varata esclusivamente ed unilateralmente dall’esecutivo, senza alcun intervento del parlamento, cui spetta la funzione legislativa. Da qui l’istituto del referendum abrogativo, previsto dalla legge. Partita in sordina, con un SI che prevaleva sul NO di circa 25 punti, la campagna elettorale si è infiammata sempre più, ed ha fatto registrare delle intemperanze, ma soprattutto, da parte del governo, una maldestra ed impropria strumentalizzazione di molte sentenze, che nulla avevano a che vedere con i contenuti della riforma.

Prima di alcune riflessioni sul risultato elettorale, ritengo opportuno porre l’accento sul momento storico che stiamo vivendo, il quale potrebbe aver condizionato l’esito del referendum. La situazione economica precaria di gran parte della popolazione, i rincari galoppanti di generi di prima necessità e dei carburanti, causati dai dazi e da una guerra, in cui ci ha trascinato la politica cervellotica dell’uomo più potente del mondo, da cui il governo italiano non ha mai preso le distanze in maniera chiara ed inequivocabile, destano notevoli preoccupazioni nella stragrande maggioranza del popolo italiano.

In questo scenario, non certo tranquillo, siamo stati chiamati a votare, per riformare una costituzione, varata 80 anni fa dai padri costituenti, giuristi di grande valore, di ogni colore politico, che, facendo tesoro della drammatica esperienza di contrapposizione ideologica e di odio, vissuti durante il fascismo e la seconda guerra mondiale, seppero confrontarsi, ascoltarsi, rispettarsi. L’esito di questa consultazione ha suscitato grande meraviglia, ha spiazzato le previsioni dei sondaggisti, ed offre spunti di riflessione a tutti: magistratura e politica, maggioranza ed opposizione.

Stupisce l’affluenza, superiore al 58%, mai registrata in un referendum, che, tra l’altro, non necessitava del quorum per la sua validità. Il NO è prevalso in 17 regioni (tutto il Centro Sud) mentre il SI' solo in 3 del Nord, Lombardia, Friuli e Veneto, ma non nelle grandi città di Torino, Milano e Venezia, dove è stata determinante una diffusa e approfondita informazione. L’esito del voto ha, quindi, anche evidenziato una questione meridionale: responsabilità anche dell’autonomia differenziata? Nel Sud, infatti, anche nelle regioni governate dal centrodestra, è prevalso massicciamente il NO.

La consultazione è stata molto sentita dai giovani tra i 18 e i 34 anni, che, come si apprende dai sondaggi, hanno fatto registrare il 61,1% dei consensi al NO. Non si illudano, però le forze di sinistra che quello sia un voto politico: non sono i giovani che affollano i gazebo o le sedi politiche, ma quelli che sono scesi in piazza per Gaza e per la Flotilla. Il loro è un pressante richiamo alla responsabilità, alla soluzione dei problemi veri come il lavoro, la sicurezza, la pace, la scuola, la sanità, all’abbandono dei privilegi, dell’arroganza dell’immunità, che diventa impunità, ad una riforma vera della giustizia, che ne sani i mali evidenti. Credo che siamo ormai ad un momento cruciale, in cui non bastano proclami altisonanti o illusorie promesse, ma azioni concrete ed una vera e propria inversione di rotta. E’ questo il grido di dolore lanciato dai giovani, che sono il nostro patrimonio più prezioso e che, giustamente, rivendicano il diritto ad una società più pulita, più giusta, più uguale, più a misura d’uomo.


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