di FRANCA FALCO
In questi giorni su tutti i media è stato dato ampio risalto alla notizia dei tre studenti veneti che si sono rifiutati di sostenere la prova orale dell’esame di stato, conclusivo della secondaria di secondo grado, ma hanno ottenuto ugualmente la promozione, grazie al raggiungimento di punti 60 attraverso i crediti del triennio e i voti delle prove scritte. L’attuale esame di stato, ufficialmente chiamato cosi dal 1998, fu introdotto nel 1923, con il nome di esame di maturità, dalla riforma Gentile e confermato dall’articolo 33 della costituzione che così recita: “ E’ prescritto un esame di stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuola o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”.
Tutti gli studenti, tra cui anche io, fino al 1998 sostennero, con il nome di esame di maturità classica, scientifica o tecnica, una prova che faceva tremare le vene e i polsi, e che io ancora sogno, altamente selettiva, che richiedeva una preparazione straordinaria: la maturità classica imponeva, infatti, il superamento con il voto di 6 su 10 di quattro prove scritte: il tema di italiano, una versione dal latino in italiano, una versione dall’italiano in latino, una versione dal greco in italiano. E’ appena il caso di ricordare che allora non c’ erano le fotocopie e il testo greco, scritto dal commissario di esame alla lavagna, veniva ricopiato con grande difficoltà dagli studenti per la traduzione. Completava l’esame la prova orale, che verteva sul programma integrale degli ultimi tre anni di tutte le discipline di studio; in caso di mancata sufficienza in qualche materia c’erano a settembre gli esami di riparazione.
La commissione di esame, tutta esterna, ad eccezione di un solo membro interno, era presieduta da un docente universitario: ricordo che il mio presidente di commissione fu il professore Cleto Carbonara, ordinario di Storia della Filosofia dell’Università di Napoli, con cui sostenni l’esame di Filosofia quando mi iscrissi alla facoltà di Lettere. Fatta questa premessa per fornire elementi di conoscenza dell’esame di maturità di un tempo, vorrei esprimere il mio parere sugli ultimi eventi tanto propagandati, che sollevano non pochi interrogativi.
Non posso tacere il disagio che molti alunni vivono nell’attuale scuola, dove si privilegia l’aspetto cognitivo su quello socio-affettivo e non pensare che tali gesti rappresentino un grido di allarme rivolto al mondo degli adulti, della scuola, della politica da parte di studenti, pressati da eccessive aspettative scolastiche e familiari; ma rifiutare l’esame orale,quando si è sicuri di essere promossi, è un modo molto comodo di ribellarsi. Il sociologo Crepet in una sua lunga riflessione sull'argomento fa una grossa critica al tempismo della contestazione degli studenti, che avrebbero dovuto agire prima; il rifiuto della prova orale, sbandierato ai quattro venti, può essere considerato come una forma di esibizionismo, che già sta facendo e, sicuramente, farà proseliti.
Personalmente, per la mia esperienza più che quarantennale nella scuola, ritengo che anche la prova orale, in quanto esercizio di esposizione, espressione, confronto, sia fondamentale per un’ attenta e oculata valutazione dello studente. D’altra parte un bel voto meritato, una prova ben superata richiedono, sì, sforzi, sacrifici, ma rafforzano l’autostima e danno un’intima soddisfazione; un risultato deludente, invece, deve spingere ad individuare i punti critici ed a potenziare l’impegno.
Oggi i ragazzi, per la loro fragilità, non ammettono la sconfitta; il sociologo Crepet sostiene opportunamente che essi devono accettare un insuccesso, analizzarne le cause, usarlo come stimolo per un impegno ancora maggiore. Egli cita, ad esempio, Sinner, il quale accetta la sconfitta, che è in fondo una valutazione negativa, e si sveglia presto la mattina per allenarsi, non per vincere, ma per cercare di migliorarsi e per affrontare le sfide senza paura. A mio parere, quindi, la tanto famigerata “competizione”, messa sotto accusa dagli studenti di oggi, non deve essere considerata come confronto con gli altri, ma con se stessi, in uno sforzo continuo per potenziare le proprie capacità ed affrontare le prove cui, inevitabilmente, li sottoporrà la vita, perché, per dirla con il GRANDE EDUARDO:
GLI ESAMI NON FINISCONO MAI